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Barone Francesco

Francesco Barone
Francesco Barone
Francesco Barone
Francesco Barone

(Torino, 21 settembre 1923 – Viareggio, 27 dicembre 2001), docente di Filosofia teoretica.

Una critica che ridimensionò il pensiero neopositivista

Nella Torino di Peano, Guzzo e Abbagnano diventò un acuto filosofo della scienza

 

Francesco Barone era nato a Torino il 21 settembre 1923, e torinese si sentì per tutta la sua vita. Il padre era tipografo de “La Stampa”, cosa che egli ricordava con orgoglio ai più giovani allievi quando capitava che essi non capissero il perché il maestro fosse tanto esigente in fatto di cura redazionale dei loro lavori.

Barone iniziò gli studi di filosofia nella Torino degli anni Quaranta, che era allora un centro formidabile di cultura filosofica. Le due figure che primeggiavano e rivaleggiavano erano quelle dello spiritualista cattolico Augusto Guzzo, e dell’esistenzialista laico Nicola Abbagnano. Ma Torino aveva visto anche la nascita della logica formale moderna con Giuseppe Peano e la sua scuola, la cui influenza era ancora molto viva.

Barone si laureò con Guzzo, con una tesi su Nicolai Hartmann. Del maestro non seguì l’orientamento spiritualista, ma ne condivise la critica alle tendenze più fortemente idealistiche delle filosofie di Croce e di Gentile. Fu questo percorso intellettuale che portò Barone a impegnare le sue formidabili doti filologiche e critiche lungo due direzioni principali. La prima di esse era la filosofia del neopositivismo, la seconda la nascita della logica formale nel Settecento. Dalla prima nacque l’opera Il Neopositivismo logico, pubblicata originariamente nel 1953, e ripubblicata, aggiornata, nel 1977. Dalla seconda nacquero i due volumi di Logica formale e logica trascendentale (1957 e 1965).

Entrambe le opere sono una pietra miliare della storiografia filosofica del secondo Novecento. Ma è stata soprattutto l’opera sul neopositivismo a dare a Barone la fama della quale egli godeva nella comunità scientifica italiana e internazionale, testimoniata dall’elezione alla Accademia dei Lincei. L’opera venne scritta in un momento nel quale il neopositivismo era una filosofia in piena espansione, soprattutto negli Stati Uniti, dove negli anni Trenta avevano trovato rifugio tanti suoi esponenti europei. Barone apprezzava pienamente il neopositivismo per i grandi risultati che esso aveva conseguito nella comprensione della rilevanza della scienza e della logica. Ma lo criticò per i limiti che gli erano imposti dalle premesse antifilosofiche e iperempiriste, e dall’incapacità di apprezzare il valore della dimensione storica dell’impresa scientifica. Furono proprio questi limiti che, nel volgere di un decennio, segnarono il tramonto del neopositivismo.

L’attenzione alla dimensione storica della scienza portò Barone a occuparsi con continuità di storiografia della scienza moderna. Sua è in particolare la prima traduzione italiana dell’opus magnum di Copernico, il De Revolutionibus orbium coelestium.

Specialista raffinato, Barone non fu però un filosofo chiuso nella dimensione accademica. Per più di vent’anni collaborò a “La Stampa” con articoli che commentavano gli eventi più diversi in chiave etico-politica, a dimostrazione del fatto che la buona filosofia si nutre della realtà del tempo presente, e ne offre gli strumenti per valutarla e meglio apprezzarla.

Barone fu per tutta la sua vita un autentico liberale nel senso più alto del termine. Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Pisa (dove era ordinario di Filosofia teoretica), allo scoccare della contestazione, fu rigidissimo nel difendere i principi dello Stato di diritto e l’indipendenza delle istituzioni universitarie di fronte all’assalto dell’ideologia marxista. E lo fece con una correttezza che gli valse il rispetto dei contestatori di allora, molti dei quali destinati a diventare personalità importanti della vita politica italiana.

Chi ha avuto la fortuna di esserne allievo lo ricorderà sempre per il rigore intellettuale e morale, per la sua inflessibilità nell’affermare i principi della serietà del lavoro scientifico, e per l’equilibrio del suo giudizio. Un equilibrio che era il riflesso del suo umanesimo laico, profondamente pervaso dal senso della finitudine, ma che nell’etica del lavoro e nel valore della conoscenza seppe sempre trovare le ragioni per non cedere mai alla tentazione di uno sterile nichilismo.

 

Angelo M. Petroni

 

Da: Il sole-24 ore, 28 dicembre 2001.

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