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Barchiesi Marino

(Ravenna, 17 novembre 1924 - ?, 20 aprile 1975), docente di Letteratura latina.

Il 20 aprile 1975 un male incurabile ha stroncato, prematuramente, la vita del Prof. Marino Barchiesi, ordinario di Letteratura latina nella Facoltà di Lettere della nostra Università.

Nato a Ravenna il 17 novembre 1924, Egli aveva compiuto in quella città gli studi classici, segnalandosi già allora ai Suoi insegnanti per la vastità degli interessi, l'acume critico e la precoce e personalissima attitudine con cui sapeva accostare autori e problemi d'ogni epoca e d'ogni letteratura. Non ancora diciassettenne, nel 1941 si era iscritto alla Facoltà di Lettere dell'Università di Bologna. Pur continuando a coltivare, assecondando una vocazione cui non verrà mai meno, le letterature moderne e contemporanee, Egli si orientava, professionalmente, allo studio del greco e del latino: dopo la forzata interruzione degli ultimi anni di guerra, si laureava, nel '47, con Pietro Ferrarino discutendo una tesi sul grecismi in Plauto.

Ben presto seguiva il Maestro all'Università di Padova, dove collaborava, con Alfonso Traina, alla redazione di un'Antologia della letteratura romana (1951), che rappresentò l'esordio dei Suoi mai più disattesi interessi per Nevio e, più in generale, per gli autori arcaici. A quei primi anni padovani risalgono anche i Suoi preziosi contributi allo studio e alla comprensione del Pascoli latino: da

ricordare, tra l'altro, le note filologiche all'edizione mondadoriana dei Carmina curata da Manara Valgimigli (1950), che valsero al giovane collaboratore l'approvazione e la stima dell'insigne grecista. Intanto la voce « (Pseudo) Longino », da lui redatta per l'Enciclopedia filosofica (IV 95 sg.), attirava sulla Sua già compiuta personalità di studioso, in termini entusiastici, l'attenzione del maggiore filologo italiano: l'improvvisa morte di Giorgio Pasquali, avvenuta nel '52, troncò sul nascere un più fruttuoso e stretto rapporto d'amicizia e di lavoro.

Nel 1954 il Barchiesi vinceva la cattedra di Latino e greco per le superiori e iniziava un'attività di insegnamento (nei licei di Treviso, Mestre e Padova) cui Egli attribuì sempre grande -importanza e in cui seppe comunicare agli allievi, da vero testimone del proprio tempo, le inesauribili risorse del Suo sapere.

Maturava, nel frattempo, sul piano della ricerca scientifica, l’approfondimento dell'autore a cui aveva dedicato la tesi e alla  comprensione avrebbe dato contributi nuovi e decisivi, rivoluzionando metodi e prospettive: del 1957 è il giustamente celebre saggio Problematica e poesia in Plauto (« Maia », n.s. IX; -in quel medesimo giro di interessi, di lì a poco, Due capitoli sul comico, « Maia » XII, 1960).

Nel '61, conseguita la libera docenza, iniziava nella Facoltà di Lettere dell'Università di Padova, l',insegnamento di Grammatica greca e latina: i Suoi allievi ricordano ancora, tra l'altro, un memorabile corso sul III libro della Rhetorica , di Aristotele.

Nel '62 usciva, in redazione definitiva, il Suo lavoro più impegnativo e di maggior lena: Nevio epico. In quest'opera vasta e composita (saggio monografico commentario perpetuo significativamente operanti in strettissima interazione) e dalla straordinaria felicità di scrittura, il Barchiesi forniva una summa del proprio metodo e delle proprie capacità di investigazione. Egli dimostrava come il recupero di un autore (e in particolare di un autore difficile e problematico come il frammentario Nevio) fosse indissolubilmente congiunto con un ripensamento della storia, della critica e della fortuna, nei secoli, dell'autore stesso, e come ogni serio atto conoscitivo implicasse il costante e simultaneo ricorso, oltre che a strumenti tecnici specifici quali la linguistica, la grammatica, la metrica, la critica testuale, anche all'antiquaria, alla storia del pensiero e della civiltà, alla conoscenza dell'evolversi dei generi e delle istituzioni letterarie nelle varie epoche e nei vari paesi.

In seguito, i Suoi interessi per la continuità della poesia e cultura classica nella civiltà europea sfociarono nel volume: Un tema classico e medievale: Gnatone e Taide (Padova 1963), che segnava anche l'inizio ufficiale della Sua attività come dantista.

Nel '65 Egli vinceva il concorso a cattedre per Letteratura latina e veniva chiamato come successore di Leonardo Ferrero alla Facoltà di Lettere dell'Università di Trieste, dove sarebbe rimasto sino al '68. Nel '66 vi inaugurò l'anno accademico con una prolusione su I moderni alla ricerca di Enea: quella ricerca viva, appassionante e attualissima sulla poesia contemporanea di lingua inglese, francese, tedesca e italiana, conobbe in seguito, a più riprese, ritocchi e ampliamenti e si appresta solo ora ad uscire, postuma, tra gli inediti barchiesiani. Nel '67 usciva un altro importante contributo dantesco: Arte del prologo e della transizione « Studi danteschi », XLIV: sulla topothesia d'esordio del c. XVIII delI'Inferno).

Nel '68 il Barchiesi accoglieva l’invito  della Facoltà di Lettere dell'Università di Pisa dove il Suo settennale magistero avrebbe lasciato tra allievi, collaboratori, colleghi e amici un'indelebile impronta umana e culturale, di entusiastica dedizione al sapere e di irriducibile volontà di rinnovamento. Nel '69 usciva un altro Suo fondamentale contributo agli studi plautini e, più in generale, alla storia dell'evoluzione delle forme teatrali: Plauto e il metateatro antico (« Il Verri », XXXI).

Da allora la Sua attività di docente (esplicata, oltre che nella promozione di seminari e conferenze di altissimo livello, nella guida di,un gran numero di tesi, su Plauto, Virgilio, Petronio, il teatro greco e quello umanistico) s'era venuta intrecciando sempre più assiduamente con quella scientifica, sfociata in brillanti contributi,«da ricordare: Catarsi tragica e medicina dantesca. « Lettere classensi (6 marzo 1971», Ravenna 1973; Il testo e il tempo, « Il Verri » 1973 e 74; Palladio, La storia lausiaca: traduzione e spunti esegetici, Milano 1974; « Gli esametri di Baudelaire e la preistoria del ' Cygne », « Studi triestini di antichità in onore di L. A. Stella », 1975) in parte inediti e di imminente pubblicazione (su Nevio comico, Catone Petronio, Virgilio nella lirica moderna, Baudelaire latino, Orazio ed Ennio). Progettava (e già stava attuando) un commento di tutto Plauto e del Satyricon di Petronio; una traduzione, commentata e aggiornata, della Lateinische Umgangssprache di J. B. Hofmann; vari studi sul teatro, antico e moderno.

Marino Barchiesi è stato, e non solo nell'ambito classico, uno dei maggiori critici italiani del dopoguerra. La  pluralità degli interessi e il prestigioso eclettismo del metodo non erano solo il frutto di un'inestinguibile sete di conoscere e di capire, ma testimoniano altresì la Sua vocazione a un tipo di ricerca che fosse nel contempo compartecipazione e, perciò stesso, pedagogia nel senso più alto e ampio del termine. Nelle lezioni cattedratiche (a cui accorrevano anche studenti di altre facoltà e discipline) o nella conversazione confidenziale, Egli dava, con impegno costante, il meglio di sé, a prescindere dall’interlocutore e senza affettazione, per spontanea esigenza di verità e di dialogo.

Perennemente lo accompagnava la volontà di leggere nella storia e nel destino individuale, proprio e altrui, l'autentico significato della vita. Cosciente del proprio valore e della propria missione, non ha mai lesinato le proprie forze, nemmeno negli ultimi dieci anni della Sua troppo breve esistenza, tormentati dall'angosciosa presenza di un male che la Sua stessa dedizione all'insegnamento e alla ricerca aveva propiziato e aggravato. La sua geniale, fertilissima vena inventiva (come critico e come uomo: non fu mai gestore neutrale e passivo di una cultura già data, né incolore ripetitore  nei gesti non Suoi) ha fatto della Sua vita una testimonianza affascinante, della Sua morte un evento indecifrabile e violento, che solo il vuoto che ha lasciato rende tangibile e senza rimedio.

Gioachino Chiarini

Da: Annuario per l’Anno Accademico 1974-1975 dell’Università di Pisa

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