Barbaglia Giannangelo
(Milano, 25 febbraio 1838 - Pisa, 13 dicembre 1891), docente di Chimica farmaceutica.
Il giorno 13 dicembre 1891 cessava di vivere a Pisa il professore Giannangelo Barbaglia insegnante di Chimica farmaceutica nella nostra Universita, titolare di quella cattedra già illustrata dal celebre Orosi di cui il Barbaglia fu non indegno successore.
Nato a Milano il 25 febbraio del 1838 fece i suoi primi studi nella città natale mostrando per tempo singolare svegliatezza d’ingegno e forte amore allo studio delle scienze fisiche e naturali. Nel 1861 fu nominato assistente di Chimica generale all’Istituto tecnico di Milano, e di lì a poco passò a Pavia come assistente di Chimica farmaceutica in quella Università, nella quale conseguì nel 1866 la laurea dottorale in Scienze fisico-chimiche, e poco appresso quella in Medicina e chirurgia.
Ottenuto nel 1912 un posto di perfezionamento all’estero, si recò a Bonn nel laboratorio di Kekulè e là condusse a termine alcuni pregiati lavori che videro la luce nei resoconti della Società chimica tedesca. Finito il primo semestre, il Barbaglia si portò a Berlino attratto dalla fama dell’illustre A.W. Hofmann
L’accoglienza cordiale ed i modi amichevoli che il giovane italiano trovò presso il grande maestro, lo indussero a trattenersi oltre un anno nella capitale germanica.
È ancora viva là la memoria di lui fra i suoi maestri e i suoi compagni di lavoro, dei quali l’animo mite e sereno e la mente chiara ed acuta del Barbaglia avevano facilmente saputo cattivarsi l’affetto; tanto che fu con meste parole di sentito compianto che i colleghi tedeschi si associarono al lutto del nostro Ateneo.
L’anno passato dal Barbaglia a Berlino contò per molto nella sua vita, perchè oltre il potente impulso, e il sapiente indirizzo che ricevettero i suoi studi sotto la influenza dell’ Hofmann, egli trovò in quella città una gentile e colta signorina, che unitasi a lui in matrimonio lo seguì al di qua delle Alpi per essergli compagna amorosa e fedele. Ma purtroppo la felicità della giovane coppia non doveva essere di lunga durata.
Fino dal 1876, quando, resasi vacante in questa Università la cattedra di Chimica farmaceutica, venne chiamato a reggerla il Barbaglia, la salute di lui cominciava a destare qualche apprensione in quanti lo amavano. Si sperava però che la sua fibra vigorosa, il mite clima di Pisa, le cure assidue della moglie, sarebbero riuscite vittoriose di quel lento malore che non perdona, e che doveva ancor giovane condurlo alla tomba. Purtroppo queste speranze dovevano andare deluse, anzi si riconobbe in seguito che anche la moglie portava in sé il germe della medesima insidiosa malattia, il quale trovando in lei minore resistenza, la rapì inesorabilmente all’amore del marito che le tenne dietro a breve d’istanza di tempo.
Ci apparisce degna di ammirazione la memoria del Barbaglia quando si pensi all’amore indefesso ch’egli conservò per gli studi e per l’insegnamento, nonostante che le sue forze fossero stremate dal male e che egli dovesse sentirsi di continuo mortalmente amareggiato dalla chiara conoscenza che aveva del proprio stato.
L’animo suo fu fino alla fine illuminato, e si potrebbe dire ricreato dagl’ideali di libertà per i quali aveva combattuto da giovane nella campagna del Tirolo, quando era accorso volontario nelle file guidate dall’Eroe nel cui nome si compendia l’epopea del nostro risorgimento. La memoria di quei giorni tornava spesso a visitare la mente del Barbaglia e vi tornò anche nelle ore angosciose che precedettero la sua fine.
Egli si spense serenamente. In quanti lo conobbero e seppero giustamente apprezzare la potenzialità della sua mente, rimane ferma la convinzione che qualora le sue forze fisiche glielo avessero concesso, egli avrebbe lasciata ancora ben più vasta orma di sé nel campo scientifico.
Roberto Schiff
Da: Annuario della R. Università di Pisa per l’a.a. 1892-1893.

